Al Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova
Cari fratelli,
sono nato nella verità. Dopo circa cinquant’anni nell’organizzazione, vi scrivo con rispetto e franchezza su questioni che riguardano la vita, la coscienza e la dignità delle persone.
Un cambiamento si annuncia in pochi minuti; le conseguenze delle disposizioni precedenti possono durare decenni. Per questo vi chiedo spiegazioni, ascolto e assunzione di responsabilità.
Il recente cambiamento sul sangue rende queste domande urgenti. La possibilità di accettare globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine provenienti da un donatore viene ora affidata alla coscienza individuale. Accolgo con sollievo questo maggiore spazio decisionale e ringrazio i medici che hanno sviluppato cure rispettose delle volontà dei pazienti.
La coscienza
Perché scelte oggi affidate alla coscienza sono state precedentemente sottratte a essa?
In Atti 15:28, 29 troviamo l’esortazione ad astenersi dal sangue e la volontà di non aggiungere altri pesi oltre alle cose necessarie. Vi chiedo di spiegare il passaggio dal testo biblico alle distinzioni mediche attuali: perché i componenti principali sono materia di coscienza mentre il sangue intero rimane vietato? Quale rilievo morale attribuite alla provenienza del sangue, proprio o altrui?
Occorre chiarire anche il fondamento del precedente confine. Penso ai pazienti che hanno rifiutato cure ritenendo di non avere altra scelta religiosamente ammissibile, ai familiari che hanno vissuto situazioni drammatiche e a chi è stato disciplinato per una decisione diversa. Chiedo un esame documentato delle vicende, senza attribuzioni automatiche di responsabilità ma senza conclusioni difensive prestabilite.
La stessa attenzione è dovuta a tutti coloro che sono stati allontanati nel tempo, anche per ragioni diverse dal sangue. Non sostengo che ogni provvedimento fosse ingiusto. La conformità a una procedura, però, non dimostra da sola la giustizia della decisione.
Servono percorsi di riesame accessibili e riservati, affidati a persone estranee alla decisione iniziale. Devono considerare fatti, ascolto, salute, circostanze familiari, pentimento ed eventuali pregiudizi.
L’ascolto deve essere possibile anche per chi non desidera rientrare: riconoscere un torto non può dipendere dal ritorno nell’organizzazione.
Un allontanamento può ferire anche coniugi, figli e genitori. La dignità della persona rimane intatta: nessun annuncio autorizza disprezzo, pettegolezzo, derisione o soddisfazione per la sua sofferenza.
Riammettere una persona non equivale a riconoscere un’ingiustizia. Dove la decisione fu sbagliata, servono rettifiche, scuse e chiarimenti verso chi ha ricevuto informazioni lesive della sua reputazione.
Anni di solitudine e rapporti interrotti non si restituiscono. Dire «guardiamo avanti» non risponde a chi attende ancora ascolto. La coscienza merita rispetto oggi; lo meritava anche ieri.
Riammettere una persona non equivale a riconoscere un’ingiustizia. Dove la decisione fu sbagliata, servono rettifiche, scuse e chiarimenti verso chi ha ricevuto informazioni lesive della sua reputazione.
Anni di solitudine e rapporti interrotti non si restituiscono. Dire «guardiamo avanti» non risponde a chi attende ancora ascolto. La coscienza merita rispetto oggi; lo meritava anche ieri.
Anziani fuori controllo ?
Desidero affrontare il comportamento di anziani che sospettano, accusano o disciplinano senza conoscere sufficientemente i fatti e la persona.
Non parlo di tutti gli anziani. Esistono fratelli capaci di ascoltare con umiltà. Proprio per rispetto verso di loro, occorre correggere chi esercita male il proprio incarico.
Un sospetto non è un fatto. Una voce ripetuta non diventa una prova. Una nomina non rende certa un’impressione.
Quando si parte da una conclusione già decisa, ogni spiegazione può diventare una scusa, ogni esitazione reticenza e ogni obiezione orgoglio. La persona viene così privata della possibilità effettiva di essere ascoltata.
Pianto, silenzio, fermezza o difficoltà a parlare non misurano da soli sincerità e pentimento. Intimidazione, salute e sofferenza possono influire profondamente sulle reazioni. L’empatia e la conoscenza del contesto aiutano a valutare con maggiore precisione.
Chi viene accusato dovrebbe conoscere i fatti contestati, poter rispondere, correggere inesattezze e presentare circostanze rilevanti. La riservatezza deve proteggere le persone, senza rendere impossibile una risposta consapevole.
Disciplinare senza accertamento adeguato, ascolto e possibilità di riesame costituisce una forma di giustizia sommaria. Il carattere religioso dell’incontro non attenua la gravità delle conseguenze.
Vi chiedo come vengano verificati preparazione, imparzialità e comportamento degli anziani. Leggere comunicazioni non esaurisce la competenza pastorale. Servono studio, discernimento e consapevolezza dei propri limiti. Quali conseguenze seguono ad accuse infondate, conflitti personali o violazioni della riservatezza?
Una segnalazione deve essere esaminata nel merito. Contestare un trattamento non dimostra ribellione. Se ogni protesta conferma automaticamente il giudizio iniziale, correggere gli errori diventa impossibile.
Non parlo di tutti gli anziani. Esistono fratelli capaci di ascoltare con umiltà. Proprio per rispetto verso di loro, occorre correggere chi esercita male il proprio incarico.
Un sospetto non è un fatto. Una voce ripetuta non diventa una prova. Una nomina non rende certa un’impressione.
Quando si parte da una conclusione già decisa, ogni spiegazione può diventare una scusa, ogni esitazione reticenza e ogni obiezione orgoglio. La persona viene così privata della possibilità effettiva di essere ascoltata.
Pianto, silenzio, fermezza o difficoltà a parlare non misurano da soli sincerità e pentimento. Intimidazione, salute e sofferenza possono influire profondamente sulle reazioni. L’empatia e la conoscenza del contesto aiutano a valutare con maggiore precisione.
Chi viene accusato dovrebbe conoscere i fatti contestati, poter rispondere, correggere inesattezze e presentare circostanze rilevanti. La riservatezza deve proteggere le persone, senza rendere impossibile una risposta consapevole.
Disciplinare senza accertamento adeguato, ascolto e possibilità di riesame costituisce una forma di giustizia sommaria. Il carattere religioso dell’incontro non attenua la gravità delle conseguenze.
Vi chiedo come vengano verificati preparazione, imparzialità e comportamento degli anziani. Leggere comunicazioni non esaurisce la competenza pastorale. Servono studio, discernimento e consapevolezza dei propri limiti. Quali conseguenze seguono ad accuse infondate, conflitti personali o violazioni della riservatezza?
Una segnalazione deve essere esaminata nel merito. Contestare un trattamento non dimostra ribellione. Se ogni protesta conferma automaticamente il giudizio iniziale, correggere gli errori diventa impossibile.
Il dovere delle scuse
Vi chiedo anche di riconoscere il dovere delle scuse. Non attribuisco ai componenti attuali del Corpo Direttivo ogni decisione presa prima del loro incarico. La responsabilità dell’istituzione continua però quando cambiano i suoi rappresentanti. Chi guida oggi può riconoscere un torto precedente e impegnarsi a ripararlo.
Matteo 5:23, 24 attribuisce alla riconciliazione un’importanza tale da chiederne la ricerca prima di presentare un’offerta. Giacomo 3:1 richiama la maggiore responsabilità di chi insegna.
Dire «siamo imperfetti» spiega la possibilità dell’errore; non dispensa dal correggerlo. La comprensione progressiva e la preghiera non esauriscono le domande sulle conseguenze delle decisioni umane. Pregavano anche pazienti e familiari.
La coscienza deve confrontarsi con princìpi come 2 Corinti 7:1. Ma insegnare un principio, applicarlo e sanzionare una condotta sono passaggi distinti. Questo vale anche per fumo, compleanni e altre pratiche non menzionate espressamente.
«Non andare oltre ciò che è scritto» deve significare distinguere chiaramente comando biblico, interpretazione e regola organizzativa.
Vi chiedo anche di riconoscere il dovere delle scuse. Non attribuisco ai componenti attuali del Corpo Direttivo ogni decisione presa prima del loro incarico. La responsabilità dell’istituzione continua però quando cambiano i suoi rappresentanti. Chi guida oggi può riconoscere un torto precedente e impegnarsi a ripararlo.
Matteo 5:23, 24 attribuisce alla riconciliazione un’importanza tale da chiederne la ricerca prima di presentare un’offerta. Giacomo 3:1 richiama la maggiore responsabilità di chi insegna.
Dire «siamo imperfetti» spiega la possibilità dell’errore; non dispensa dal correggerlo. La comprensione progressiva e la preghiera non esauriscono le domande sulle conseguenze delle decisioni umane. Pregavano anche pazienti e familiari.
La coscienza deve confrontarsi con princìpi come 2 Corinti 7:1. Ma insegnare un principio, applicarlo e sanzionare una condotta sono passaggi distinti. Questo vale anche per fumo, compleanni e altre pratiche non menzionate espressamente.
«Non andare oltre ciò che è scritto» deve significare distinguere chiaramente comando biblico, interpretazione e regola organizzativa.
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