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11 ottobre 2026

Lettera aperta al Corpo Direttivo Parte 2

 (Qui la Prima Parte :  https://proclamatoreconsapevole2.blogspot.com/2026/10/lettera-aperta-al-corpo-direttivo.html?showComment=1791665467064)



Servizio alla Betel

Sulla formazione posso parlare per conoscenza diretta: vengono ricercate persone con qualifiche universitarie avanzate, comprese discipline umanistiche come la filosofia. Non descrivo il mio percorso o i contatti ricevuti, anche da filiali estere, ma non mi baso su indiscrezioni.

Diritto, medicina, informatica, ingegneria, architettura, contabilità, lingue e comunicazione richiedono anni di preparazione. Se gli studi sono apprezzati quando servono all’organizzazione, perché non riconoscerne apertamente il valore per il futuro dei fratelli?

Una formazione professionale o universitaria non sminuisce di per sé la fede. Può dare autonomia e strumenti per sostenere una famiglia. Lo scoraggiamento pubblico e la ricerca riservata di competenze richiedono una spiegazione coerente. Anche chi ha rinunciato a opportunità per seguire le indicazioni ricevute merita riconoscimento e ascolto.

Prendo particolarmente a cuore chi viene chiamato a lasciare Betel dopo trenta, quaranta o cinquant’anni. Può perdere alloggio, sicurezza economica, relazioni quotidiane e prospettive. Ricominciare in età avanzata può essere estremamente difficile.

Non basta dire: «Grazie per quello che avete fatto, adesso potete andare a predicare». La predicazione non risolve necessità materiali e disorientamento. Giacomo 2:15, 16 richiama il dovere dell’aiuto concreto.

Servono alloggio dignitoso, sostentamento, assistenza sanitaria, attenzione previdenziale e sostegno emotivo. Per chi può lavorare, formazione e accompagnamento; per gli altri, sicurezza duratura.

Familiari e congregazioni possono aiutare, ma non sostituire la responsabilità dell’organizzazione. Avvertire oggi che il servizio non è a vita non risolve la condizione di chi vi ha trascorso decenni.

Chi ha confezionato libri, cucinato, pulito o curato la manutenzione merita la stessa considerazione di chi possiede competenze specialistiche. Non affermo che chi lascia venga sostituito perché privo di titoli: chiedo che le ragioni siano spiegate.


Il servizio può terminare; il dovere di cura rimane.


La domanda è quindi: chi esamina chi? E chi esamina viene esaminato? Gli assistenti e i componenti del Corpo Direttivo vengono rivalutati? Da chi, secondo quali criteri? Se esistono procedure diverse, chiedo che ne venga spiegato il fondamento.

Chi dispone una partenza deve rispondere delle ragioni, delle alternative e dell’assistenza prevista. La persona dovrebbe poter chiedere un riesame imparziale. La sua obbedienza non dimostra che la decisione fosse giusta.

Anche trasferire autorità dagli anziani al sorvegliante, o viceversa, non garantisce imparzialità. Servono verifiche, gestione dei conflitti d’interesse e attenzione a regali e rapporti personali.

Secondo 1 Pietro 5:2, 3, l’autorità pastorale deve curare senza signoreggiare. Le confidenze ricevute devono rimanere protette.


Responsabilità

Moduli, nomine, annunci e applausi meritano un esame: un incarico assegna responsabilità, non maggiore dignità cristiana. La dedizione sincera esiste anche senza un titolo.


Adunanze, preparazione, servizio, campagne e incarichi richiedono tempo ed energie. Alcuni dispongono di condizioni favorevoli; altri lavorano molte ore, assistono familiari o affrontano malattie e difficoltà economiche.

Una disponibilità di tempo disuguale non può diventare una misura automatica della spiritualità. Riposo, cura dei genitori e tempo con i figli hanno valore. Non ogni ora disponibile deve diventare una prestazione organizzativa.

Vi chiedo di verificare se l’insistenza su numeri, efficacia, obiettivi e campagne lasci spazio alle condizioni reali delle persone. La stanchezza non dimostra scarso zelo. Le esigenze familiari devono incidere concretamente sulla progettazione delle attività.

Ho seguito attentamente l’adunanza annuale. Il discorso di Stephen Lett e l’illustrazione dell’uomo che annega nella nebbia, a pochi metri dalla riva, mi hanno particolarmente colpito.

Comprendo l’intento di incoraggiare la perseveranza. Ma come può ricevere quell’immagine una persona esausta, depressa, in lutto o in crisi? La vicinanza della riva è nota al narratore; il nuotatore non la conosce. La sua disperazione richiede comprensione.

Una comunicazione pastorale dovrebbe aiutare a chiedere sostegno senza vergogna. Vi chiedo attenzione alle immagini che possono associare fatica, dubbio o bisogno di fermarsi alla perdita definitiva della salvezza.

La vita comprende sofferenza, ma anche affetti, bellezza e gioia. Una rappresentazione costantemente cupa dell’esistenza fuori dall’organizzazione rischia di impoverire il discernimento. Servono argomentazioni verificabili, lettura e ricerca: l’intensità emotiva non dimostra la solidità di una conclusione.

Chiedo inoltre trasparenza economica. Le contribuzioni per strutture, produzioni audiovisive e grandi progetti dovrebbero essere accompagnate da informazioni accessibili su costi, priorità e risultati.

Chi dona può rinunciare a necessità proprie. È giusto spiegare anche quali risorse siano destinate ai fratelli in difficoltà. La preghiera è preziosa; il bisogno materiale richiede pure una valutazione dell’aiuto concreto possibile.


Tutela per chi pone domande

Infine, chiedo tutela per chi pone domande. Molti si sono battezzati decenni fa dentro un quadro di insegnamenti successivamente cambiato. Il battesimo non dovrebbe essere interpretato come una rinuncia permanente al discernimento.

La sincerità della scelta di ieri non rende superflue le domande di oggi. Se chiedete fiducia nelle nuove spiegazioni, riconoscete la possibilità di esaminare quelle precedenti.

Vi chiedo risposte circostanziate, ascolto, riesami, scuse dove dovute, garanzie contro accuse infondate, cura di chi lascia Betel, verifiche anche al vertice e trasparenza sulle risorse.

Queste questioni meritano la stessa serietà con cui è stata richiesta obbedienza alle disposizioni.

Se l’immagine dell’organizzazione viene prima della dignità delle persone, è questa priorità che deve essere corretta. Nessun incarico rende facoltativo il dovere di rispondere del proprio operato.

La credibilità richiede anche parole semplici e impegni concreti: «Abbiamo sbagliato. Comprendiamo le conseguenze. Che cosa possiamo fare per riparare?»

Vi chiediamo di essere ascoltati. Il rispetto della coscienza diventa concreto quando possiamo porre domande senza timore, vedere riconosciuta una sofferenza e ottenere la correzione di un’ingiustizia.

Con rispetto e sincerità,










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